DANTE ALIGHIERI (?), Detto del Gatto lupesco

La lince, chat-loup, “gatto lupesco”

Scoperto e pubblicato a fine Ottocento da Tommaso Casini, il bizzarro testo che ha per protagonista un curioso personaggio che da sé si nomina “gatto lupesco”, è diventato nelle antologie del Monaci e poi del Contini un titolo imprescindibile della letteratura ducentesca senza che mai ne fosse proposta alcuna ipotesi attributiva: 144 versi di intonazione giullaresca in cui, sulla falsariga di un racconto di viaggio, e con l’enunciato programma di smascherare chi mente, vengono a uno a uno demoliti i più canonici miti letterari medievali: il romanzo bretone e i cavalieri arturiani suoi protagonisti, i resoconti avventurosi dei pellegrinaggi d’oltremare, i bestiari moralizzati e il loro enciclopedismo spicciolo. Interpretato ora come poemetto di impianto allegorico morale (addirittura anticipatore della Commedia!), ora, con più acume a partire da un celebre saggio di Leo Spitzer, come testo parodico, in tutti gli studi dedicati al Detto ha sempre fatto capolino, impensatamente, il nome di Dante, richiamato per certe consonanze linguistiche, per il ripetersi nel poemetto di alcuni temi presenti poi nelle opere dantesche, e infine per l’uso di talune espressioni avvertite come familiari nell’uso del poeta fiorentino. Tali suggestive impressioni sono qui sottoposte a rigorosa verifica ed esplicitati i nessi che legano in chiave parodica il Detto al Tesoretto di Brunetto Latini, per giungere infine a un’audace proposta di attribuzione del poemetto allo stesso Alighieri: non al Dante quale lo conosciamo dalle opere cui egli stesso ha voluto affidare la sua fama, ma al Dante che era stato prima, prima della Vita Nuova, all’autore del dissacratorio Fiore, seguace delle idee libere e difformi dalla norma di Guido Cavalcanti, che si era fatto suo mentore e suggeritore di una critica radicale del misticismo medievale e dell’invadenza della Chiesa nella gestione della cosa pubblica.

frecc